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TRUTH

IL PECCATO È UN’INDEBITA SOSTITUZIONE

andrea di napoli Apr 01, 2025

di Andrea di Napoli

Cos’è il peccato? La definizione più tecnica e puntuale è quella che descrive il peccato come aversio a Deo et conversio ad creaturas. Ovvero, il peccato è girare le spalle a Dio, dando attenzioni al mondo.

Ma, cosa significa dare attenzioni al mondo? Significa precipuamente deificare il mondo, rendere il mondo un dio, l’unico vero dio [esattamente ciò che ha cagionato il paganesimo].

Si intuisce, così, sin da principio che col peccare avvenga una vera e propria sostituzione [illegittima, si badi]; una sostituzione interna che mira a deteriorare la posizione prioritaria e privilegiata nelle nostre coscienze di Dio Stesso, in favore di altro. In favore, appunto, del mondo, di ciò ovvero che è in evidentissima antitesi con Dio. Mondo e Dio, difatti, designano realtà categoriali sostanzialmente divergenti e contrastanti; il mondo rappresenta il vizio, l’errore, il peccato; Dio, invece, la virtù, la verità, l’eterna salvezza.

Il peccato, dunque, naturalmente si attesta come immediato effetto di idolatria. Il peccato è idolatria, dal momento che esso stesso è partorito da un’illegittima inversione di priorità: le istanze del mondo divengono più urgenti dei diritti di Dio, tanto che solo quest’ultimi possono da parte dell’umanità trovare inosservanza, disimpegno e, peggio ancora, disprezzo.

Ma perché il peccato risulta essere un fenomeno intrinsecamente legato all’idolatria? Perché se Dio è, come è, Id quo maius cogitari nequit [ciò di cui non può essere pensato nulla di maggiore], allora nulla può prendere il Suo posto; nulla Gli si può sovrapporre, perché nulla è così maius quanto Egli Stesso. Dio, invero, non è maius soltanto in senso intellettualistico [cogitare], ma anche in senso affettivo [amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore – Dt 6,5].

Il peccato, essendo sostituzione [psicoaffettiva] di Dio col mondo, silentemente dice che quest’ultimo superi Dio Stesso e che il primo [ovvero il mondo] abbia una qual certa precedenza con cui fattivamente prevalere sulla divinità. Questo, dunque, è sinteticamente il legame tra idolatria e peccato.

Ma come avviene il peccato? Il peccato si realizza ogni qualvolta si violi anche uno solo dei Dieci Comandamenti. Il Decalogo fornisce gli strumenti adatti con cui restare a debita distanza dall’idolatria [ovvero, gli strumenti con cui non produrre - c’è un coscienzioso atto volitivo dietro - un’inversione di priorità] e, così, vincere attraverso la Grazia di Dio Stesso il peccato.

Recitando l’Atto di dolore, confermiamo, forse non consapevolmente, questo tipo di riflessione.

Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi”. Questa prima sezione definisce il dispiacere di aver peccato per il timore dei castighi meritati, o per la bruttezza della colpa commessa. Si tratta del cosiddetto dolore imperfetto o attrizione.

Seguitando [ecco la conferma], l’Atto di dolore recita: “e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa”. Il passaggio in questione si può rendere anche con una sfumatura [subordinata] concessiva “e molto più perché ho offeso te, nonostante Tu sia infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa”. Ritorna l’eco di Sant’Anselmo d’Aosta [Id quo maius cogitari nequit] che, definendo Dio maius rispetto alla realtà tutta, non tollera un’indebita sostituzione psicoaffettiva dell’Essere [Ipsum esse subsistens] con il nulla. Questa seconda sezione descrive il cosiddetto dolore perfetto o contrizione.

In conclusione si registra che il peccato, oltre ad essere ontologicamente una forma di idolatria, sia anche una forma di pazzia: ostinarsi a sostituire [preferendo] ciò che è ottimo con qualcosa di scadente.

 

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